A Porta Palazzo, naturalmente, ma quali confini ha Porta Palazzo?
Segnare i confini di un'area significa stabilire chi sta dentro e chi sta fuori e questo, oltre a non essere coerente con l'idea di condivisione che ci anima, a Porta Palazzo risulta impossibile. Infatti, ogni giorno questa zona grazie al mercato, al Cottolengo, alle sedi dell'Asl, del Comune e della Smat, al Sermig e alla stazione degli autobus è visitata da migliaia di persone che non vi risiedono ma ci lavorano, ci mangiano, vi parcheggiano, si incontrano, ne percorrono i marciapiedi e ne occupano strade e piazze.

Questa zona è conosciuta in tutto il Piemonte come il mercato di Porta Palazzo, dove i pugliesi, i siciliani, i rumeni, i cinesi, i piemontesi, gli africani e i marocchini, in particolare, possono trovare i cibi della propria terra. Prodotti che sempre più sono acquistati da tutti mescolando sapori.

Siamo anche la "porta di arrivo" in città da Settimo, Chivasso, Ivrea e Milano, infatti, attraverso corso Giulio Cesare e la stazione degli autobus di via Fiochetto migliaia di persone ogni giorno attraversano Porta Palazzo per arrivare a Torino. Mentre per chi vive al di fuori della nostra regione, spesso Porta Palazzo è conosciuta come il primo approdo (posto dove arrivare) da chi vuol cercare fortuna.

Noi però risiediamo a Porta Palazzo e quindi il nostro territorio è grande quanto le nostre relazioni di vicinato e i percorsi che facciamo. Tra le nostre relazioni ci sono quelle con i vicini di casa e seguendo la loro posizione possiamo tracciare i confini; infatti se ognuno di noi pensa ai propri, dapprima gli vengono in mente quelli che abitano sul pianerottolo, poi a quelli del palazzo e, ancora, a quelli del palazzo di fianco. Tutti noi abbiamo dei vicini, ma alcuni di noi ne hanno di meno perché di fronte alla propria casa non c'è un'altra casa, ma un fiume o una palazzina, oppure uffici o un ospedale, ecc.

Possiamo così disegnare i confini della nostra mappa, quella dei vicini di casa di Porta Palazzo, tracciando la Dora, i palazzi "non abitati" quali per esempio destinati ai servizi, come scuole, uffici, ospedali, ecc. Certo ognuno di noi la immaginerà un po' diversamente perché conosce e frequenta dei vicini di casa, degli amici che abitano poco più in là.

Anche i tragitti quotidiani che compiamo per andare dal dottore, comprare i dolci, accompagnare i figli a scuola, andare a giocare al pallone o in palestra allargano il nostro quartiere di volta in volta verso Aurora o verso il Centro Città superando quei confini.

Siamo in tanti a viverci, uno di fianco all'altro spesso senza conoscerci o senza parlare la stessa lingua.

Questo territorio è affollato, colorato, trafficato e rumoroso durante gli orari del mercato, ma quando questo chiude, come la marea che si ritira, emerge tanto spazio, silenzioso e tranquillo. Marciapiedi, strade a senso unico, slarghi, piazzole e piazze, spazi dalle forme insolite, poco attrezzati e adatti più ad accogliere gli ospiti che chi come noi ci risiede: poco verde, assenza di panchine.

A questo territorio, seppur molto piccolo, non si può abbinare un'unica immagine, infatti risulta molto frammentato. Borgo Dora, sviluppatosi intorno ai vecchi canali d'acqua dove, in piccoli alloggi a ringhiera, vivono tante famiglie in una atmosfera da villaggio che tenta di girare le spalle alla "città" della sofferenza, della povertà e della carità, cioè il Cottolengo. Qui locali e trattorie tradizionali e innovative offrono occasioni di incontro aperti a tutti, anche se faticano ad attirare visitatori al di là dei giorni del balôn.

Lungo corso Giulio Cesare, davanti all'ex stazione ferroviaria, in epoca liberty furono costruiti palazzi con decori in facciata, scale signorili e alloggi spaziosi. Qui la maggioranza dei residenti è italiana, torinesi che hanno scelto di vivere qui per passione o per lavoro (vedi gli ambulanti).

Pochi anni dopo furono costruiti gli isolati tra via Priocca e corso XI febbraio. Gli alloggi sono piccolini, qui non si ritrovano cortili spaziosi e luminosi, ma nascoste ci sono portinerie e scale con marmi dai disegni decò. Molti sono i cinesi che vi hanno comprato casa e oggi vivono a fianco di vecchi italiani che mai si allontanerebbero dal quartiere, neppure dai nuovi arrivati che cercano qui una qualità della vita a costi contenuti. I piani terra ospitano il commercio all'ingrosso gestito dai cinesi, grazie al tanto spazio pomeridiano e alle vie facilmente percorribili dai furgoni.

Come imprigionati tra le pieghe di tessuto ci sono alcuni isolati di case a ringhiera nati per ospitare famiglie operaie numerose e il sottobosco del mercato da tempo assolvono al compito di accogliere le ondate di immigrazione che si sono succedute. In questi palazzi ci si ferma poco, giusto il tempo per orientarsi, trovare un lavoro, o di portare in Italia la famiglia, e poi ci si trasferisce altrove. I pochi edifici moderni indicano gli edifici distrutti dai bombardamenti.

Le sponde della Dora hanno una vita propria che sfugge agli usi sia di coloro che visitano giornalmente Porta Palazzo sia di vi abita. Un gruppo di cittadini tenta di evitare che diventi terra di nessuno usandola come luogo di incontro tra i pensionati delle due sponde. La sua vocazione di percorso pedonale e ciclistico non è ancora realizzato, troppe ancora le interruzioni e tanti gli anfratti in cui la disperazione può trovare un nascondiglio.